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Strage di Villamarzana, l’eccidio fascista dimenticato
Il 15 ottobre 1944, ottant’anni fa, nel paesino in provincia di Rovigo, Comune del Polesine di cui era stato sindaco Giacomo Matteotti, i militi della Repubblica sociale fucilarono 41 ostaggi rastrellati nel territorio circostante, di cui 25 minorenni, la maggior parte dei quali partigiani o antifascisti. Un’altra vittima venne uccisa nei giorni successivi. I carnefici saccheggiarono le loro case, mangiando e bevendo allegramente. Una strage che nella memoria pubblica si è voluta in parte scordare, od oscurare, forse perché a commetterla non furono i tedeschi ma italianissimi fascisti. L’elenco dei Martiri
Nell’autunno del 1944 in Veneto, in quel Polesine che ha dato i natali a Giacomo Matteotti, venne perpetrata una strage fascista che per modalità, violenza e proporzione assomiglia spaventosamente all’eccidio delle Fosse Ardeatine, consumato appena qualche mese prima, e che per numero di vittime è la più efferata tra quelle di cui si sono macchiate le autorità della Repubblica sociale di Mussolini. Una strage di cui si parla ancora troppo poco, nonostante quest’anno ne sia ricorso l’ottantesimo anniversario, e che nella memoria pubblica si è voluta in parte dimenticare, od oscurare, forse perché a commetterla non furono i tedeschi nazisti ma gli italianissimi fascisti.
Quella domenica 15 ottobre 1944, a Villamarzana, in provincia di Rovigo, Comune del Polesine di cui era stato sindaco Giacomo Matteotti tra il 1912 e il 1914, i militi fascisti della Repubblica sociale assassinano 41 ostaggi rastrellati nel territorio circostante, di cui 25 minorenni, la maggior parte dei quali partigiani o antifascisti, ai quali verrà aggiunto nei giorni successivi un altro condannato. Una terrificante rappresaglia, dovuta all’eliminazione da parte dei partigiani di 4 spie fasciste infiltratesi nel movimento, un atto che le autorità repubblicane locali decidono di vendicare utilizzando la stessa terroristica e agghiacciante proporzione adottata dalle SS tedesche a Roma dopo l’azione gappista di via Rasella: 10 condannati a morte per ogni fascista ucciso.
Si tratta della strage più cruenta compiuta in Italia dai fascisti che, come è stato censito dai ricercatori dell’Atlante delle stragi nazifasciste, curato da Anpi e Insmli, autonomamente furono responsabili nel biennio 1943-1945 di almeno 1.099 eccidi, per un totale di 2.893 vittime, oltre a quelli eseguiti in complicità con i tedeschi.
I fatti. Un paio di settimane prima il responsabile dell’Ufficio politico investigativo (Upi) Rolando Palmieri, romano, e il comandante della Guardia nazionale repubblicana (Gnr) di Rovigo, colonnello
Vittorio Martelluzzi, di Foligno, si accordano per un intervento volto a stanare e sopprimere un nucleo di circa cinquanta partigiani operanti nella zona di Villamarzana, comandato da «Loris» Giorgio Dall’Aglio e inquadrato nel battaglione partigiano guidato da Bellino Valiero detto «Tito», anche per punire l’uccisione dei loro due camerati Giuseppe Bomba, comandante del distaccamento della Gnr di Fratta Polesine, e Pietro Castellacci, camicia nera, avvenuta il 23 settembre, come affermerà lo stesso Martelluzzi il 17 ottobre in una relazione segreta al Comando generale della Gnr. Un’azione compiuta nell’ambito della lotta al ribellismo in Veneto dichiarata dai tedeschi e dai fascisti di Salò. Viene quindi formata una squadra di quattro spie (il centurione Riccardo Serafini e i militi scelti Emilio Tacchi, Mario Carlotti e Silvio Cestarioli) che, sotto falso nome, fingono di essere organizzatori comunisti di bande partigiane e prendono contatti con Giuseppe Raule, un impiegato dell’ufficio annonario del comune di Villamarzana che non aveva giurato fedeltà alla Rsi ed era sospettato di distribuire le tessere annonarie a sbandati e renitenti alla leva.
Le spie conquistano la fiducia di Raule dandogli notizia di un finto rastrellamento, e poi organizzano con lui e altri partigiani due riunioni clandestine, il 4 e il 5 ottobre, alle quali partecipa anche l’ex segretario del fascio di Villamarzana, Primo Munari, che collabora con la Resistenza. Ma al secondo incontro un partigiano, che aveva disertato da un reparto della Gnr di Rovigo, riconosce una delle spie come un milite della Gnr e informa il comandante Giorgio Dall’Aglio. L’indomani viene così deciso di catturare e giustiziare gli infiltrati nei pressi della cascina Stongarde di Villamarzana, dove vengono sepolti in un’unica fossa, arando poi il campo per mascherare le tracce della terra smossa.
Il mancato ritorno dei quattro fascisti insospettisce i dirigenti dell’Upi e della Gnr che inviano subito a Villamarzana i militi della compagnia dell’Ordine Pubblico di stanza ad Adria, comandata dal bolognese Giorgio Zamboni, chiamato dai partigiani «lo zoppo boia» per un’anchilosi a una gamba e per la sua crudeltà, che arrestano un centinaio di ostaggi, «quasi tutti congiunti di sbandati e renitenti», rinchiudendoli in parte nelle carceri di Rovigo e in parte «nel municipio di Villamarzana, trasformato in accantonamento dei militi», come racconterà Mario Bottari nella prima ricostruzione dei fatti, risalente al 1945.
Gli arresti vengono compiuti con metodi violenti. Per esempio, il contadino Luigi Botton, padre di Danilo, che poi sarà fucilato, testimonierà al processo che «picchiarono me e mia moglie a pugni: dovevano avere qualcosa nei pugni perché […] mia moglie per via di un pugno non è ancora capace di mangiar bene». Tra gli arrestati c’è anche l’ex segretario del fascio, Primo Munari. La notte di sabato 7 ottobre Martelluzzi fa affiggere nel territorio dei manifestini della Gnr nei quali si invita la popolazione a restituire i quattro militi scomparsi, avvertendo che in caso contrario si sarebbe proceduto a una rappresaglia contro gli ostaggi. Uno di questi manifesti viene consegnato anche al parroco di Villamarzana, don Vincenzo Pellegatti, che segretamente collabora con la Resistenza, perché lo legga in Chiesa. Questi si rifiuta, e di fronte alle insistenze dello stesso Martelluzzi, nell’omelia pomeridiana, prosegue Bottari, «profferiva frasi che bollavano a fuoco il fascismo, i suoi metodi, i suoi sgherri». Viene anche lui arrestato e incarcerato assieme agli ostaggi. La sua perpetua testimonierà che i fascisti, mentre lo picchiavano in canonica, erano preoccupati di trovare pane, salame e pollastri come autentici volgari ladri.
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di Mario Avagliano