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Tra il 5 e il 17 marzo 1943, le fabbriche torinesi sono bloccate da una protesta che coinvolge 100.000 operai. Dietro alle rivendicazioni economiche, le agitazioni hanno un chiaro intento politico e cioè la fine della guerra e il crollo del fascismo. Un’ondata che da Torino si estende alle principali fabbriche del Nord Italia.
Le agitazioni dell’estate 1942 e dei primi due mesi dell’anno successivo promuovono all’inizio del marzo 1943 una protesta più ampia ed estesa. La scintilla scatta dopo l’emanazione di un provvedimento di indennità straordinaria per i lavoratori sfollati (concessione di 192 ore di paga), provocando la reazione di quelli non sfollati che chiedono l’assegnazione delle 192 ore per tutti. Alle 10 in punto di ogni mattina, nelle fabbriche torinesi, risuona la sirena della prova di allarme antiaereo. È questo il segnale di inizio delle agitazioni dei lavoratori che, insieme alla concessione dell’indennità di sfollamento, chiedono anche l’aumento del salario e del razionamento. Il 1° marzo uno sciopero programmato alla Fiat Mirafiori fallisce senza riuscire a generalizzare la protesta. Il 5 marzo, ancora alla Fiat Mirafiori, la direzione ordina di non azionare la sirena; un gesto che non impedisce la fermata di alcuni reparti. Lo stesso giorno un’altra agitazione scoppia alle Officine Rasetti, propagandosi nelle altre fabbriche cittadine. È il primo atto degli scioperi del marzo 1943, per il pane, la pace e la libertà, che tra il 5 e il 17 marzo coinvolgono oltre 100.000 operai. La repressione, 850 arresti e il ritiro di centinaia di esoneri, e l’apertura alle principali rivendicazioni degli scioperanti fanno riprendere il lavoro giovedì 18 marzo. Da Torino, gli scioperi si estendono in tutto il Piemonte e nelle fabbriche delle principali città del Nord. Le giornate del marzo 1943 rappresentano una svolta, poiché dietro alle richieste economiche si cela una precisa volontà politica, e cioè la fine della guerra e il crollo del fascismo.