Periodo: 29/09
29 - 30 SETTEMBRE 1975 DELITTO DEL CIRCEO
«Cigno, cigno... c'è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola...». Un messaggio criptato lanciato via-radio da un carabiniere alla sua centrale operativa («Cigno», per l'appunto). Poi, l'intuito e l'esperienza di un grande fotoreporter che mi tira per un braccio e salta in macchina con me. Da piazza Colonna, lungo via Nomentana: una corsa verso un mistero prima di percepire la consapevolezza di aver aperto una finestra su una cupa, quanto profonda, riflessione. Senza quelle foto la morte non avrebbe avuto un volto, la vita avrebbe perso un'immagine di disperata speranza.
Una raffica di luce, una sventagliata di flash che hanno saputo distruggere un piano, restituito forma alla vita, certificato la pena di un corpo, martoriato, seviziato, vilipeso, soffocato in una vasca da bagno. Ma quell'acqua non potrà mai lavare la vergogna, sciogliere il rimorso che divora anche chi credeva di non averne. Cosa vuol dire vivere da uomini liberi, nello stesso quartiere di gente per bene scelto per parcheggiare la morte?
Il Racconto di Donatella Colasanti
Nota: il contenuto del racconto è riservato ad un pubblico adulto
Ho conosciuto un certo Carlo (Gian Pietro Parboni Arquati) vicino al cinema Empire, giovedi scorso, verso le ore 18. Ero uscita dal cinema insieme alla mia amica Nadia (Campoli), stavamo facendo l'autostop e si fermò questo ragazzo. Era gentile, cortese, e salimmo su. Durante il tragitto ci propose di vederci nuovamente, insieme a un suo amico. E così gli diedi il mio numero di telefono.
Mi telefonò sabato verso l'ora di pranzo e mi chiese se potevamo vederci il pomeriggio al bar del ristorante Il Fungo, all'Eur. Andai all'appuntamento con Rosaria; Nadia era con la sorella e due amiche al luna park. Con Carlo c'erano due suoi amici, Angelo e Gianni. Abbiamo bevuto qualcosa, chiacchierato. Al momento di salutarci ci chiesero se potevamo uscire nuovamente con loro il lunedì successivo, e ci dissero, visto che erano in tre, di portare un'amica. Prendemmo quindi un nuovo appuntamento per il pomeriggio del lunedì alle ore 16, davanti al cinema Ambassade. Anche questa volta Nadia non era potuta venire, e così eravamo solo io e Rosaria. Ma anche Carlo non si presentò. All'appuntamento c'erano solo Angelo e Gianni: ci dissero che Carlo ci stava aspettando a Lavinio, che avremmo potuto passare il pomeriggio con lui, al mare. Salimmo sulla macchina, eravamo già vicini alla Pontina, la strada che porta verso il mare, ma loro non svoltarono per Lavinio.
Verso le 17 si fermarono per telefonare a Carlo e ci disse che non l'avevano trovato e che probabilmente era andato ffarsi un bagno.
Prendemmo una strada laterale, sulla sinistra vi era un albergo con un'insegna rossa, e dopo l'albergo si saliva verso il paese, poi si procedeva oltre. Prendemmo una strada che non ra del tutto asfaltata. Arrivammo davanti a una villa. Era bianca a tre piani, all'entrata vi era una porta a vetri con infissi di legno marrone. Loro cercarono le chiavi, vicino al cancello. Una volta trovate, entrammo.
Ci dissero che la villa era di Carlo. Mancavano dieci minuti alle 18.
Gianni era vestito con pantaloni scuri, una maglietta color crema. Se volete che ve lo descriva... è un ragazzo di circa ventitré anni, magro, molto alto, ha i capelli neri, anche gli occhi li ha neri. E ha una piccola cicatrice sulla guancia, credo sia la guancia sinistra.
Di Angelo mi sono rimasti impressi gli occhi, azzurri, sporgenti, a palla. È molto più basso di Gianni. Ha una cicatrice sul polso sinistro. Mi disse che era un tatuaggio cancellato, che aveva lasciato il segno. Mi disse anche che si era operato di recente. Indossava una maglietta celeste con delle piccole righe bianche, e un paio di blue jeans.
Nella prima mezz'ora non ci furono minacce, né violenza. Poi la trasformazione. E tutto diventò un incubo.
Erano le 18,20 e ci trovavamo nel giardino. Gianni tirò fuori una pistola. Lui e Angelo cominciarono a dire che erano della banda dei Marsigliesi. Per spaventarci ancora di più, ci dissero che doveva arrivare un certo Jacques (Andrea Ghira), che era il loro capo, che era terribile, e che era stato lui a dare l'ordine di prendere due ragazze.
Noi dicemmo subito che non avevamo mai fatto l'amore, che ci dovevano lasciare andare. E loro risposero che se avessero saputo che eravamo vergini nemmeno ci avrebbero prese.
Insistevamo. Volevamo tornare a Roma.
Ci spinsero verso il bagno, e ci chiusero dentro, a chiave.
A un certo punto Angelo aprì la porta, era solo, ci disse che ni era andato a dormire. Fece uscire Rosaria. Poco dopo la tornare in bagno, era molto spaventata, mi disse che l'aveva obbligata a spogliarsi e che l'aveva abbracciata. La rimandò in bagno completamente nuda. Poi chiese a me di uscire fuori. Mi disse: «Vieni qui, non avere paura». Mi portò in una camera dove c'era un letto a una piazza, con sopra una coperta verde. Mi disse: «Se strilli ti addobbo». Una frase che ci ripeterono poi più volte. In questa stanza mi fece spogliare, cominciò ad accarezzarmi e io cercavo di assecondarlo perché ero terrorizzata. Si limitò a toccarmi, a estrarre il pene, a farsi toccare.
Invitata la teste a non essere reticente, aggiunge: Dovetti soddisfarlo anche con la bocca, fino all'orgasmo. La finì anche con me dopo circa mezz'ora. Mi riportò nel bagno. Si era tenuto i nostri vestiti. Ci lasciò cosi, tutte e due nude. Il bagno non aveva finestre. Diceva tutto serio che era il bagno dove avevano tenuto prigioniero Bulgari.
Erano le 23. Gianni doveva essere tornato, ed ebbi la sensazione che fosse fuori a fare la guardia. Angelo andò a dormire per circa un'ora. Poi tornò nuovamente. Ci assicurò che ci avrebbe lasciato andare, ma poi ci disse che se Jacques lo avesse voluto, ci avrebbe dovuto ammazzare. All'una di notte tornò, era nudo. C'era anche Gianni. Mi fecero uscire dal bagno. Mi costrinsero a prendere il pene di Gianni in bocca. Gianni era arrabbiato, disse che non ero buona a fare niente. Lui e Angelo ridevano di me. Subito dopo mi dissero di chiamare Rosaria.
Gianni diceva: «Una delle due la dobbiamo sverginare».
Noi li imploravamo di lasciarci andare e loro ridevano, ci prendevano in giro. Gianni mise il pene in bocca a Rosaria e disse ad Angelo che l'avrebbe sverginata. Intanto Angelo mi toccava. Poi Angelo disse a Gianni che non ce l'avrebbe fatta a sverginarla, gli disse: «Lasciala perdere».
Ci richiusero nel bagno. Noi piangevamo, avevamo freddo, eravamo nude. Ci gettarono una coperta. Sentivamo fuori Angelo e Gianni che chiacchieravano. Contemporaneamente sentivo rumore in un altro bagno. Quindi pensai che ci fosse un'altra persona.
Non riuscivamo a dormire, ci abbracciavamo e cercavamo di farci coraggio.
Alle sei del mattino arrivò Angelo che ci disse che dovevamo andare in un altro bagno perché in quello dove stavamo
dovevano entrare delle persone. Rosaria strillava e implorava di lasciarci andare. Angelo aveva la pistola in mano e Gianni nrese una cinghia, cominciò a bestemmiare e ci disse: «State zitte, altrimenti vi ammazzo».
Ci chiusero nell'altro bagno. Ogni tanto arrivava Angelo, sempre con la pistola, per minacciarci. Anche in questo bagno non c'erano finestre.
Dopo due o tre ore ci fecero tornare nel primo bagno. Verso le dieci sentii lo squillo del telefono che era al piano di sopra. Poco dopo scese giù Angelo che era andato a rispondere; disse che era Jacques e che sarebbe arrivato verso le due del pomeriggio, con gli altri. Gianni ci guardava e ci diceva: «Non lo so se potete andare via, perché se Jacques vuole fare qualcosa dovete rimanere».
Restammo ancora chiuse nel bagno. Verso mezzogiorno Gianni mi fece uscire un'altra volta. Mi disse: «Vieni fuori tu che hai fatto la brava».
Io supplicavo: «Ma che mi volete fare... vi prego... lasciateci andare». Vidi Angelo che metteva i colpi nella pistola che teneva in mano. Gianni mi costrinse nuovamente a prenderlo in bocca. Poi si fermò e disse: «Ora basta che faccio finire alla tua amica».
Mi mandò da Angelo che stava in un'altra stanza. Anche lui mi obbligò a prenderlo in bocca. A un certo punto sentimmo un rumore e lui si arrabbiò e disse: «Proprio adesso che stavo arrivando». Mi disse che ora voleva Rosaria. Rosaria rimase nella stanza con Angelo per un po' di tempo. Quando uscì, piangeva disgustata, mentre Angelo era tutto contento e soddisfatto. Mostrava il petto bagnato della roba che gli era uscita e diceva: «Guardate, guardate che ce l'ho fatta».
Gianni ogni tanto faceva un gesto con la bocca e con la gola come se inghiottisse saliva. Ci dissero che prendevano delle pillole che gli facevano passare la fame. Mi fecero vedere anche il tubetto. Gianni era arrabbiato perché continuavo a implorarlo di lasciarci andare. Mi diede dei calci sulla schiena, tanti. Anche Rosaria cominciò a gridare e i due si arrabbiarono ancora di più e ci chiusero nuovamente nel bagno.
verso le due del pomeriggio sentii di nuovo lo squillo del telefono. Era Jacques che diceva che sarebbe arrivato pia tardi. Si erano fatte le 15,30. Angelo si mostrava preoccupato e diceva che se non arrivava nessuno allora saremmo tornati a Roma noi quattro. Gianni invece diceva di non muoversi, e suggerì ad Angelo di telefonare a Carlo. Carlo dovette tranquillizzare Angelo e comunicargli che stavano arrivando, perché decisero di aspettare, anche se avevano fretta.
Noi eravamo sempre chiuse nel bagno, potevamo capire cosa stava accadendo sentendo le loro voci. A un certo punto si ruppe il rubinetto del lavandino, l'acqua continuava a uscire, non riuscivamo a bloccarla. Si mostrarono contrariati, ci dicevano: «Ecco, si doveva rompere il rubinetto proprio ora che dobbiamo andare via. È colpa vostra!».
Ci presero tutte e due a schiaffi. Rosaria continuava a piangere e a lamentarsi, e loro continuarono con gli schiaffi. Dissero a Rosaria che doveva aggiustare il rubinetto. Lei ci provò. Poi, sempre con la minaccia della pistola, ci portarono nell'altro bagno.
Passò un'altra ora.
Arrivò Jacques. Era alto circa un metro e settantacinque, robusto, castano, i capelli li aveva appena ondulati. Aveva una leggera frangetta sulla fronte. Ci avevano detto che era il capo dei Marsigliesi, ma parlava italiano, senza particolari inflessioni. Disse che aveva ventitré anni, ma ne dimostrava di più. Vidi poi che aveva un tatuaggio verde sulla gamba. Si trattava della parola Lella, la scritta poteva essere lunga circa due centimetri.
All'inizio non fu cattivo, mi disse: «Se non vuoi venire a letto con me, io non insisto». Sgridò Angelo perché continuava a metterci le mani addosso. Ci assicurava che ci avrebbe riaccompagnate a casa, che però non dovevamo dire niente di quello che era accaduto. Poi però ci guardò e ci disse che dovevamo fare l'amore io e Rosaria. Ci costrinse ad abbracciarci. Poi scelse Rosaria e la portò in una stanza. Angelo prese me, mi mise un cuscino sulla bocca e mi piantò la pistola alla nuca. Siccome mi lamentavo Gianni cominciò a picchiarmi, a darmi calci sulla schiena. Negli stessi momenti sentivo Rosaria che gridava nell'altra stanza.
Angelo mi avvicinò il pene alla vagina, ma non ce la faceva. Si arrabbiò e disse a Gianni di pensarci lui. Lui rispose che non gli piacevo.
Poi vidi Rosaria e Jacques uscire dalla stanza. Rosaria aveva parecchio sangue tra le gambe e guardava Jacques come se gli dicesse: «Ora che ti ho fatto questo, lasciami andare».
A quel punto Jacques mi ordinò di andare nell'altra stanza con lui. E Rosaria rimase con Angelo e Gianni. Jacques si mostrava dolce, mi baciava, mi diceva di non preoccuparmi. Si mostrava soddisfatto di quello che aveva fatto con Rosaria. Era completamente nudo. Erano circa le 19,30. Ci ritrovammo tutti e cinque nella stessa stanza. Noi li imploravamo di lasciarci andare. Loro ci dissero che per mandarci a casa avrebbero dovuto addormentarci, così non avremmo dato fastidio nel viaggio.
Vidi Gianni preparare una siringa di plastica con del liquido rosso. A Rosaria dissero che l'avrebbero addormentata al terzo piano. E Angelo la portò su per le scale. Intanto Jacques prese la siringa e mi fece prima un'iniezione, poi un'altra. Ma io non mi addormentavo, anzi non provavo nessuna sensazione di torpore. Vidi Angelo e Rosaria ridiscendere dal terzo piano. Angelo si lamentava perché l'iniezione non aveva fatto effetto su Rosaria. E Gianni gli disse: «Prova con il cuscino».
Angelo aveva tra le mani un laccio emostatico e si vantava che lui con quel laccio aveva ammazzato tanta gente.
Rosaria fu portata di nuovo al piano di sopra, e da quel momento non l'ho più vista.
L'ho sentita, però, l'ho sentita che gridava: «No, non voglio con la bocca, fatemelo con la siringa».
Al che io pensai al cloroformio.
Poi sentii aprire il rubinetto della vasca da bagno, e immediatamente dopo avvertii i suoni emessi da una persona la cui feccia è immersa nell'acqua, dei rantoli come di qualcuno che cerca di riprendere fiato. A intervalli. Chiesi a Jacques di intervenire, gli dissi che stavano facendo del male alla mia amica. Lui salì su, e scese Gianni, che mi fece la terza iniezione.
Non riuscivo ad addormentarmi del tutto, e vedevo Gianni e Jacques salire e scendere alternativamente le scale. E mentre si trattenevano di sopra sentivo i gemiti di Rosaria.
Quando non sentii più i gemiti, mi ritrovai accanto Gianni. Subito dopo scese Jacques, e dopo un po' Angelo. Notai che erano stanchi e affaticati. Jacques mi mostrò la mano graffiata e mi disse: «Guarda che m'ha fatto».
Siccome continuavo a rimanere sveglia nonostante le tre iniezioni, Jacques mi disse che mi avrebbe dato un colpo di karaté per addormentarmi. Io gli dissi di no, di lasciarmi andare, e loro mi chiesero se preferivo un colpo di karaté o un colpo in testa con il calcio della pistola. Eravamo in giardino.
A questo punto io stessa gli dissi che era meglio un colpo di karaté. Jacques mi colpì. Io cascai per terra. Ma non svenni. E mi rialzai.
Siccome si sentì il rumore di una macchina, mi trascinarono dentro casa per nascondermi, per paura che qualcuno
mi vedesse.
Angelo e Gianni mi legarono con una cinta di cuoio, quella dei pantaloni. Me la misero al collo e mi trascinarono per la casa. Gianni mi mise un piede sul petto, mentre tirava, tirava la cinta. Ricordo che più stringeva e più mi sentivo soffocare, la vista mi si annebbiava, vedevo tutto nero. Svenni.
Avrò dormito per circa dieci minuti, mi sembrava di stare in pace, a casa mia. Quando mi risvegliai cercai di strapparmi dal collo la cinta, che mi stringeva. Ero riuscita ad allentare la stretta infilando le dita dentro il cappio. Per un attimo avevo ripreso a respirare, ma quando se ne accorsero si arrabbiarono ancora di più e cominciarono a darmi dei calci sul viso. Mi colpivano Angelo e Gianni. Jacques guardava e rideva.
Gianni continuando a colpirmi diceva: «Madonna, questa non muore».
Erano nervosi e violenti, tranne Jacques, che era calmo e diceva: «Cosa state facendo?».
Vidi Gianni che aveva in mano una spranga di ferro, con la quale mi colpiva alla testa. Mi colpiva, mi colpiva, ma non riuscivo a perdere i sensi. E allora lo sentii dire: «Lasciamo stare, la portiamo nel portabagagli e poi provvediamo con un colpo di pistola».
Si allontanarono, credo per pulire il sangue che era per terra, e allora ne approfittai. Ero nel salone, mi avvicinai al telefono, presi la cornetta, riuscii a fare il 113. Ero convinta di trovarmi in una villa di Lavinio, o comunque non distante da Latina. Riuscii a dire: «Pronto, mi stanno ammazzando, sono a Lavinio...».
Ma se ne accorsero, mi strapparono il telefono e ricominciarono a colpirmi. Sempre più forte.
Era già buio quando mi misero nel portabagagli. Potevano essere le 21. Nel frattempo era giunta un'altra auto. Prima misero dentro me. Mi sollevarono con una coperta e una tela cerata. Io facevo finta di essere morta. Ci credettero, tanto che Gianni disse: «Finalmente questa è morta».
Chiusero il portabagagli. Poi lo riaprirono per metterci il corpo di Rosaria. Gianni disse: «Guardate come dormono bene queste due. Silenzio, che qui ci stanno due morte».
Sentii pronunciare il nome Gianluca. Poi Gianni, rivolto ad Angelo, disse: «Adesso che bisogna fare? Ci pensi tu?». E la risposta di Angelo fu: «Sì, sì, ci penso io».
Subito dopo misero nel portabagagli Rosaria. Rimanemmo fermi per qualche minuto. Nell'auto dove stavo salì Gianni, mentre Angelo preferì salire nell'altra automobile, con Jacques.
Tornammo verso Roma. Ci furono delle soste. Li sentivo parlare. Gianni Guido diceva a Izzo che si era dato appuntamento con un loro amico, il cui nome, mi sembra di ricor-i dare, fosse Gianluca. Secondo i loro discorsi, Gianluca avrebbe dovuto preparare i passaporti. Durante una delle ultime soste, Angelo salì sulla macchina dove eravamo rinchiuse.
Intanto cercai di scuotere Rosaria con il gomito. Ma non la chiamavo, avevo paura che sentissero la mia voce. Avrebbero capito che ero ancora viva.
Rosaria era completamente inerte.
Non parlai neanche a lei.
Avevo paura.
Avrebbero capito che ero ancora viva.
Solo quando ci fermammo a Roma cominciai a chiedere aiuto.
Rosaria era sempre inerte.
Io non capivo neanche dove avesse la testa.
Ma naturalmente lo avevo capito, che era morta.